A volte escono titoli di tutto rispetto dei quali non si
parla quasi per niente. Le ragioni di questo anonimato possono essere
molteplici: mancanza di appeal, una grafica scadente, concorrenti più forti sul
mercato, un manuale poco curato, ecc. The Walking Dead RPG non ha
nessuno di questi difetti. Graficamente è ottimo, ha una casa editrice di tutto
rispetto come Free League alle spalle e in Italia è localizzato da Need Games.
In un solo manuale si ha tutto l’occorrente per giocare, arricchito da tabelle
estremamente creative per sostenere un sandbox di qualità. Insomma, non manca
veramente nulla per essere una pietra miliare del genere.
Se proprio gli si
deve attribuire un difetto, il problema è la mancanza di tempismo. Un po’ come
la dichiarazione di Gassman a Stefania Sandrelli in C’eravamo tanto amati.
Un sentimento rinviato e rivelato quando ormai la vita è prossima al tramonto,
le scelte fatte, i sentimenti sepolti sotto svariati strati di polvere.
Anche se non mi ci appassiono più come un tempo, da
ragazzino ero un gran consumatore del genere horror. I racconti del terrore
erano uno di quegli immancabili appuntamenti nelle
serate estive con gli amici. Leggevamo qualsiasi cosa ci spaventasse. Agli
articoli di Grand Hotel su case infestate, spiriti decani in manieri
abbandonati, sparizioni degne di X-Files, erano seguiti i Dylan Dog, le
notti dello Zio Tibia, qualsiasi cosa mettesse un po’ di pepe a giornate che
parevano sempre uguali. Carpenter e Romero arrivarono in quegli anni. Hellraiser,
Non aprite quella porta, Scanners, Le colline hanno gli occhi.
E poi La Cosa, Poltergeist, Carrie,
Venerdì 13. Un centrifugato di cultura pop del brivido.
I miei genitori
si disinteressavano di quella mia infatuazione per l’incubo. Non temettero mai
che i deliri televisivi di seconda serata fossero il sintomo di un possibile
lato oscuro del mio carattere. Nemmeno io sono sicuro a quale parte di me
quelle storie parlassero. In generale oggi penso che non si debba temere di avere un’ombra caratteriale.
Come tutte le parti di noi stessi va cibata, anziché negata. Se lo si fa in
maniera consapevole rimane buona e calma al suo posto, come una fiera sazia.